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venerdì 14 settembre 2012

Si riparte!

Cari amici
dopo un periodo relativamente lungo di assenza siamo pronti per ripartire!
Nel corso di questa lunga riflessione ho deciso di integrare la passione per questo blog con i valori che hanno da sempre guidato ed ispirato la mia occupazione principale, ossia quella di manager finanziario. Sono pronto a dimostrare che operare nel mondo finanziario con criteri di responsabilità, sostenibilità ed etica è fonte di enormi benefici, sia individuali che collettivi.
Solo se cominceremo ad avere rispetto per l'altro in quanto individuo potremo vivere il nostro lavoro e la nostra vita privata con la certezza che gli scandali avvenuti in quasi tutti i settori dell'economia e della finanza, che hanno ridotto il mondo intero nelle condizioni che tutti conosciamo, non potranno più ripetersi.
Spero che tanti di voi vorranno condividere le proprie opinioni e cominciare un dialogo costruttivo che possa - perchè no? - portare all'elaborazione di proposte da sottoporre all'attenzione dell'opinione pubblica.

giovedì 23 febbraio 2012

Messaggio del Papa per la Quaresima 2012

Messaggio per la Quaresima 2012

Pubblichiamo il testo integrale del Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012, sul tema: Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone»(Eb10,24).

Fratelli e sorelle,
la Quaresima ci offre ancora una volta l'opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l'aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E' un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l'accesso a Dio. Il frutto dell'accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell'attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l'attenzione all'altro, la reciprocità e la santità personale.

1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.
Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).
L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interidi risveglio interiore alla compassione e all'empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed e Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.
Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l'utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.
I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione:la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l'elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all'unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).
3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.
Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell'amore e delle buone opere.
Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l'invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).
Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

venerdì 27 gennaio 2012

La Pace del Cuore - 5

"La pace interiore, di cui trattiamo, dipende fondamentalmente dall'atteggiamento nei confronti di Dio. [...] Notiamo però una cosa: quando qualcuno è vicino a Dio, l'ama e desidera servirlo, sarà in grado di ricevere il dono della pace. [...] La pace di un uomo non può essere profonda e duratura, se egli è lontano da Dio, se la sua più profonda volontà non è interamente orientata verso di Lui:"Tu ci hai fatti per te, Signore, ed il nostro cuore è inquieto se non riposa in te" (Sant'Agostino). Condizione necessaria alla pace interiore è dunque quanto potremmo definire la buona volontà. [...] E' quella stabile e costante disposizione d'animo dell'uomo deciso ad amare Dio più di ogni altra cosa, sinceramente desideroso di anteporre in tutte le circostanze la volontà di Dio alla sua. potrà succedere - accadrà sicuramente - che nella vita di tutti i giorni il suo comportamento non sia in perfetta armonia con questo proponimento. Molte imperfezioni si sommeranno nella realizzazione di questo desiderio, ma egli ne soffrirà, ne domanderà perdono al Signore e cercherà di correggersi. Dopo gli smarrimenti eventuali, si sforzerà di rientrare in questo sì a Dio in tutto, senza eccezione. [...] Questa buona volontà, questa abituale determinazione di dire sempre si a Dio, nelle grandi come nelle piccole cose, è una conditio sine qua non della pace interiore. Fin quando non avremo acquisito questa determinazione, continueranno a dimorare in noi una certa inquietudine ed una certa tristezza: l'inquietudine di non amare Dio tanto quanto lui ci invita ad amarlo, la tristezza di non avergli ancora donato tutto. [...]  In effetti, cosa ci domanda Dio, se non questa buona volontà? Cosa potrebbe pretendere di più, lui che è un Padre buono e compassionevole, quando vede che il suo figlio desidera amarlo sopra ogni cosa, soffre di non amarlo a sufficienza ed è disposto a staccarsi da tutto ciò che gli sarebbe contrario? Non sta forse a Dio stesso intervenire per portare a buon fine questi desideri che l'uomo, lasciato alle sue sole capacità, non è in grado di realizzare?"
Tratto dal libro "La pace del cuore" di Jacques Philippe

martedì 24 gennaio 2012

La Pace del Cuore - 4

"[...] La pace interiore non è solamente una condizione della lotta spirituale, essa ne è - molto spesso - il fine. E' molto frequente che la lotta spirituale consista esattamente in questo: difendere la pace interiore dal nemico che si sforza di rapircela. [...] E' errata la convinzione che, per riportare la vittoria nella lotta spirituale, occorra vincere tutti i nostri difetti, non soccombere mai alla tentazione, non avere più debolezze e mancanze. Su questo terreno saremmo immancabilmente sconfitti! [...] al contrario, la vera lotta spirituale, più che nel perseguire una invincibilità ed una infallibilità assolutamente fuori dalla nostra portata, consiste principalmente nell'imparare a non turbarci eccessivamente quando ci capita di essere miseri e a saper approfittare delle nostre cadute per rialzarci più in alto. Cosa sempre possibile, a condizione di non perderci d'animo e di conservare la calma.[...] Uno degli aspetti dominanti della lotta spirituale è la lotta sul piano dei pensieri. Spesso consiste nell'opporre a pensieri che provengono dal nostro spirito, dalla mentalità che ci circonda, oppure dal nemico e che ci turbano, ci spaventano o ci scoraggiano, dei pensieri che possano confortarci e ristabilire in noi la pace. [...] Una delle affermazioni che deve esserci sempre presente è che tutte le ragioni che ci fanno perdere la pace sono sempre delle cattive ragioni. Questa convinzione non può certo basarsi su considerazioni umane, ma è una certezza di fede, fondata sulla parola di Dio. Non poggia sulle ragioni del mondo; Gesù ce lo ha detto chiaramente:"Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore" (Gv 14,27). Se cerchiamo la pace coma la dà il mondo, cioè se ci aspettiamo una pace secondo i criteri di vita che fanno dipendere lo stato interiore dal buon andamento delle cose esteriori, dall'assenza di contraddizioni, dalla realizzazione di tutti i nostri desideri ecc., sicuramente non saremo mai in pace, oppure la nostra pace sarà estremamente fragile e di breve durata. Per noi credenti, il motivo essenziale per il quale possiamo rimanere sempre nella pace non viene dal mondo:"Il mio regno non è di questo mondo", dice Gesù (Gv 18,36); viene dalla fiducia nella promessa del Signore. Quando Egli afferma di donarci la pace, di lasciarci la pace, questa è parola divina ed ha la stessa forza creatrice di quella che ha fatto sorgere dal nulla il cielo e la terra; lo stesso potere di quella che ha calmato la tempesta o di quella che ha guarito i malati e resuscitato i morti. Poichè Gesù dice - per ben due volte! - che ci dà la Sua pace, noi crediamo di averla in possesso e che essa non venga mai ritirata:"I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili" (Rm 11,29). Siamo noi che non sempre li sappiamo accogliere e conservare, perchè molto spesso manchiamo di fede. "Vi ho detto questo perchè abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!" (Gv 16,33). In Gesù possiamo sempre dimorare nella pace, perchè Egli ha vinto il mondo, ha vinto ogni male e peccato, perchè è risuscitato dai morti. [...] Partendo da questo incrollabile fondamento della fede, esamineremo più avanti alcune situazioni nelle quali ci capita sovente di perdere più o meno la pace del cuore, cercando di superarle alla luce dell'insegnamento del Vangelo. Prima però vorremmo far capire quale è, da parte nostra, la condizione fondamentale per essere in grado di ricevere la pace promessa da Gesù."
Tratto dal libro "La pace del cuore" di Jacques Philippe

sabato 21 gennaio 2012

La pace del cuore - 3

E continuiamo con la nostra catechesi tratta dal libro di Jacques Philippe "La pace del cuore". Al termine del cammino se provate a stampare le pagine del blog e a rilegarle in modo casalingo, avrete modo di possedere delle vere e proprie "perle di spiritualità".

"Questa ricerca della pace interiore potrebbe sembrare ad alcuni molto egoistica: perchè porsi questo come obiettivo principale, mentre nel mondo vi sono tanta sofferenza e tanta miseria? A tale osservazione dobbiamo anzitutto rispondere che la pace in questione è quella del Vangelo. Essa non ha nulla a che vedere con una sorta d'impassibilità, di morte della sensibilità, di fredda indifferenza chiusa in se stessa, come potrebbero suggerirci certi atteggiamenti dello yoga o alcune statuine di Budda. Al contrario, come vedremo in seguito, la pace di cui parliamo è l'indispensabile corollario dell'amore, di una vera apertura alle sofferenze del prossimo e di un'autentica compassione. Poichè solo questa pace del cuore ci libera da noi stessi, aumenta la nostra sensibilità verso l'altro e ci rende disponibili al prossimo. [...] L'acquisizione e il mantenimeno della pace interiore, impossibili senza la preghiera, dovrebbero essere considerati una priorità, soprattutto per chi ha la pretesa di voler fare del bene al prossimo. In caso contrario, spesso comunicheremo a chi è nella difficoltà solo le nostre inquietudini. E' necessario soffermarci su un'altra verità, non meno importante: la vita cristiana è una lotta, una guerra senza tregua. [...] Ogni cristiano deve essere ben convinto che la sua vita spirituale non può in alcun caso ridursi a uno scorrere tranquillo di giorni senza storia, ma deve essere il luogo di una lotta costante (contro il male, le tentazioni, lo scoraggiamento), a volte dolorosa, che terminerà solo alla morte. Questa inevitabile lotta è da interpretare come una realtà estremamente positiva. Poichè "non c'è pace senza guerra" (Santa Caterina da Siena), senza lotta non c'è vittoria. Proprio questo conflitto è il luogo della nostra purificazione e della nostra crescita spirituale, in tal modo impariamo a conoscere noi stessi nella nostra debolezza e Dio nella sua infinita misericordia. E', in definitiva, il modo scelto da Dio per la nostra trasfigurazione e la nostra glorificazione. Ma la lotta spirituale del cristiano, pur essendo talvolta dura, non è mai la guerra disperata di chi si batte in solitudine, alla cieca, senza nessuna certezza circa l'esito dello scontro. E' la lotta di chi combatte con l'assoluta certezza che la vittoria è già assicurata, perchè il Signore è risorto:"Non piangere più; ecco, ha vinto il Leone della tribù di Giuda" (Ap 5,1). Così, non combattiamo da soli con le nostre forze, ma con il Signore che ci dice:"Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Cor 12,9) e la nostra arma principale non è la naturale fermezza del carattere o l'abilità umana, ma la fede, questa totale adesione a Cristo che ci permette, anche nei momenti peggiori, di abbandonarci con fiducia cieca a colui che non ci abbandonerà. "Tutto posso  in colui che mi dà la forza" (Fil 4,13). Ed ancora:"Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?" (Sal 27). Il cristiano  dunque lotta con energia, chiamato com'è a resistere "fino al sangue nella lotta contro il peccato" (Eb 12,4). Lo fa però con cuore tranquillo e la sua lotta è tanto più efficace quanto più il suo cuore dimora nella pace. Perchè è proprio questa pace interiore che gli permette di lottare non con le proprie forze - che verrebbero meno -, ma con quelle di Dio."
Tratto dal libro "La pace del cuore" di Jacques Philippe

mercoledì 18 gennaio 2012

La Pace del Cuore - 2

Continuiamo da dove abbiamo lasciato...


" Per comprendere quanto sia fondamentale, per lo sviluppo della vita cristiana, sforzarsi di acquisire e conservare la pace del cuore, la prima cosa di cui dobbiamo essere ben convinti è che tutto il bene che possiamo fare viene da Dio e da Lui solo. "Senza di me non potete fare nulla", ha detto Gesù (Gv 15,5). Non ha detto : "Non potete fare grandi cose", ma "Non potete fare nulla". E' per noi essenziale essere persuasi di questa verità. [...] Come lasciare agire in noi Gesù? Come permettere alla grazia di Dio di operare liberamente nella nostra vita? Non dobbiamo dunque tanto imporci di fare determinate cose secondo i nostri progetti e le nostre capacità, bensì dobbiamo cercare di scoprire quali siano le disposizioni della nostra anima che permettono a Dio di agire in noi. Solo in questo modo potremo portare un frutto duraturo, un frutto che rimanga (Gv 15,16). [...] Per permettere alla grazia di Dio di agire e produrre in noi - con la nostra cooperazione - tutte queste "opere buone che il Signore ha predisposto perchè noi le praticassimo" (Ef 2,10), è estremamente importante che ci sforziamo di acquisire e conservare la pace interiore, la pace del cuore. [...] Il nostro Dio è il Dio della pace. Non parla e non opera che nella pace, non nel turbamento e nell'agitazione. [...] Spesso ci agitiamo, ci inquietiamo nel tentativo di voler risolvere tutto da soli, mentre sarebbe molto più efficace restare calmi, sotto lo sguardo di Dio, lasciandolo agire ed operare in noi con la sua saggezza e la sua potenza, infinitamente superiori alle nostre. "Poichè così dice il Signore Dio, il Santo d'Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza. Ma voi non avete voluto" (Is 30,15). Il nostro non essere, ben inteso, un invito alla pigrizia ed all'inerzia; ma un'esortazione a non agire mossi da uno spirito d'inquietudine e di fretta eccessiva, bensì sotto l'impulso mite e pacifico dello Spirito di Dio.

Tratto dal libro "La pace del cuore" di Jacques Philippe 

La Pace del Cuore

Cominciamo quindi a riempire la sezione relativa alla "Spiritualità" e lo facciamo partendo da un libro scritto da Jacques Philippe, un religioso, teologo e scrittore francese. Ebbene stiamo parlando di un libro di appena 78 pagine dal costo anche molto esiguo (Edizioni Dehoniane Bologna, euro 6,90) ma che per contenuto supera i più grandi tomi della letteratura filosofica e psicologica di tutti i secoli. Vorrei riportarvi, in questo primo articolo, alcuni passaggi tratti dalla "presentazione" del libro:
"La nostra è un'epoca di inquietudine e questa attitudine interiore, che permea la vita quotidiana dei nostri contemporanei, si manifesta altrettanto spesso nella sfera della vita cristiana e spirituale. La nostra ricerca di Dio, della santità e del servizio al prossimo, è anch'essa spesso agitata, ansiosa, non fiduciosa e tranquilla, come dovrebbe essere, se assumessimo l'atteggiamento dei piccoli di cui ci parla il Vangelo. Quindi è estremamente importante capire che il cammino verso Dio e verso la perfezione diviene di gran lunga più efficace, breve e agevole quando l'uomo riesce a conservare in tutte le circostanze la pace profonda del cuore."
Tratto dal libro "La pace del cuore" di Jacques Philippe

martedì 17 gennaio 2012

Spiritualità

Cari amici, da oggi Finalità Sociali pubblicherà alcuni passi estrapolati da importanti libri di spiritualità cristiana e dei quali citeremo sempre l'autore. Sono alcuni pensieri che mi hanno colpito profondamente e che mi hanno aiutato nel mio cammino cristiano. L'intento di questa iniziativa è quella di invitare anche voi a una riflessione sulla vostra vita, e, partendo dal contesto attuale, capire cosa siamo e cosa vorremmo diventare, l'importante però è non fermarsi in mezzo senza essere nè carne nè pesce! 
Poichè questo blog non ha alcuna intenzione di insegnare nulla a nessuno (anche perchè abbiamo ancora tanto da imparare noi figuriamoci se potremmo permetterci di insegnare agli altri), pubblicheremo i vari passaggi senza aggiungere alcun commento. In questo modo ognuno di voi potrà prenderne spunto per fare le proprie riflessioni e, ove lo ritenga opportuno, coinvolgere la propria guida spirituale.
Come dice il buon Padre Antonio Garau, oggi non "grida" più nessuno...
Noi speriamo di potere costituire almeno un sussurro in questo pazzo pazzo mondo di oggi!

lunedì 9 gennaio 2012

Ecco il Microcredito in Sicilia!

Anche in Sicilia sarà possibile ottenere micro prestiti per esigenze familiari con l'ormai noto strumento del Microcredito . A tutti coloro che volessero presentare domanda potete trovare tutte le informazioni che cercate in questo link: 

martedì 27 dicembre 2011

"Noi venditori di rose, schiavi bambini"

PALERMO - Rashid è un nome di fantasia. Falso, come quello sulla sua carta d'identità. Come i nomi delle migliaia di suoi connazionali approdati in Italia dallo Sri Lanka o dal Bangladesh e costretti a vendere rose e cianfrusaglie nelle piazze di Palermo. Minorenni affidati a padri che non sono i padri, che vivono come figli ma che non sono i figli. Rashid porta il nome del suo finto padre. Quello vero lo ha perso 7 anni fa, quando lasciò lo Sri Lanka e la sua famiglia a bordo di un aereo, accompagnato a Palermo da un uomo che prometteva sogni, scuola e un futuro migliore. Arrivato in Sicilia nel luglio del 2005, dopo appena un mese, e non ancora compiuti i 9 anni di età, cominciò a vendere rose per le vie del capoluogo.
"Ricordo - racconta - che il mio villaggio era molto povero i miei genitori non avevano i soldi per assicurarmi un futuro. Un giorno un amico di mio padre disse che se fossi andato con lui in Italia, mi avrebbe dato la possibilità di studiare. Io ero felicissimo. Quando arrivammo a Palermo però quell'uomo iniziò a chiamarmi con il suo cognome. E mi presentò a tutti come suo figlio". E in effetti sul permesso di soggiorno, il suo cognome è sparito, sostituito da quello del suo finto padre. Rashid è una sua proprietà. Come i circa 200 venditori di rose bengalesi, tamil e cingalesi di Palermo.
I NOMI FINTI
"Quello dei nomi fittizi - spiega Shobin Islam, bengalese e segretario dell'associazione Bangladesh Italia - è oramai un fenomeno molto diffuso tra le comunità dello Sri Lanka e del Bangladesh. I ragazzi lavorano fino a quando non avranno pagato il costo del biglietto e dell'ospitalità. In alcuni casi però i minorenni vengono letteralmente prestati dalle famiglie a terzi per saldare debiti pregressi. Il costo del loro prestito varia dai 5mila ai 40mila euro per ogni figlio".
Ogni "famiglia" tiene in casa dai 3 ai 10 ragazzini. In cambio di vitto e alloggio, ogni notte, dal lunedì alla domenica, l'esercito dei venditori di rose sgattaiola dai vicoli bui di Piazza Olivella, nel cuore della città. Lavora fino all'alba per racimolare, quando va bene, 10 euro a sera. "Mi danno - racconta Rashid - 60 rose ogni 5 giorni: devo venderle tutte e portare a casa almeno 50 euro. Se non lo faccio non mi lasciano entrare e rimango per strada".
Rashid oggi ha 16 anni e un sogno nel cassetto: ritornare nel suo Paese. "Mi hanno assicurato - spiega - che a 18 anni sarò libero, ma sono stanco di aspettare. Vorrei continuare gli studi, ma frequento ancora la terza media. Mi hanno bocciato diverse volte sempre per le assenze. Spesso torno a casa alle 5 del mattino e poi è difficile svegliarmi". Tamil e bengalesi rappresentano oltre il 30 per cento degli stranieri residenti a Palermo. "Sono dei gruppi - spiega Angelo De Florio, presidente dell'associazione Bangladesh Italia - organizzati in clan con una struttura piramidale ed estremamente patriarcale. Arrivano dalle regioni più povere dove il 20 per cento dei bambini ancora oggi è costretto a lavorare dall'età di 6-7 anni".

RASHID NON E' IL PRIMO CASO
Nel 2005 un giovane venditore di rose, appena 13enne, fu convinto da un gruppo di assistenti sociali a denunciare i suoi zii, Kim e Uddin Roish, originari del Bangladesh e residenti a Palermo, che lo costringevano a vendere rose 7 giorni su 7 in cambio di vitto e alloggio. Il processo andò avanti fino allo scorso febbraio quando i giudici d'appello pur optando per l'assoluzione dei due dall'accusa di riduzione in schiavitù, condannarono Uddin a sei mesi di reclusione per falso. Secondo i magistrati, i due avevano organizzato l'arrivo in Italia del bambino facendolo passare per il figlio di Uddin Roish.

LA FALSIFICAZIONE DELLE PATERNITÀ
Il sostituto procuratore di Palermo Ennio Petrigni che ha rappresentato l'accusa in quel processo descrive due stadi di falsificazione: "L'espatrio dei minori avviene in genere con la falsificazione dello stato civile dell'individuo. La prima falsificazione viene fatta nelle ambasciate italiane nei Paesi d'origine dove gli sfruttatori presentano, carte alla mano, il ragazzino come figlio proprio. La seconda avviene in Italia, con la richiesta del permesso di soggiorno, reiterata ogni anno con il rinnovo".
Ribellarsi per i minori non è semplice, anche perché le carte, seppur false, dicono che i finti padri sono gli unici garanti della tutela del ragazzo in Italia. E non solo: Rashid teme per la sua famiglia rimasta nello Sri Lanka. "Ho paura per i miei genitori - confessa - non so cosa fare. Quando li sento al telefono vorrei dirgli tutto. Ma lui, l'uomo che mi tiene in casa, mi sta sempre accanto durante le chiamate". "La strategia delle minacce in traffici di questo tipo - dice Shobin Islam - purtroppo funziona sempre. Sono gli stessi ricatti messi in atto nel mercato della prostituzione. Le vittime sanno che i loro sfruttatori sono realmente capaci di far del male alle loro famiglie e alla ribellione preferiscono il silenzio". Analisi confermata dallo stesso Petrigni: "La vendetta in patria - spiega il pm - è una forma intimidatoria molto comune".
Dalla testimonianza di Rashid e da quelle raccolte nel corso del processo Roish, emergono i ritratti di immigrati perfettamente integrati, con un lavoro stabile e il racket come seconda attività. Hanno mogli e figli propri, anche se questi ultimi non sono tenuti a vendere le rose. Acquistano i fiori a metà prezzo dalle bancarelle al Cimitero di Sant'Orsola. E per nascondere lo sfruttamento dei loro "finti figli", non gli fanno mancare libri e qualche volta regali. Poi, con i soldi intascati in Italia, investono nei loro Paesi. Quello di Rashid, ad esempio, utilizza il denaro per costruire di residence e appartamenti nello Sri Lanka. E, come fanno in molti, paga un pizzo perché i suoi ragazzi possano girare per le strade. Lo intuisce Rashid: "Mio padre incontra palermitani con i quali discute". Lo conferma Shobin: "Gli immigrati pagano il pizzo o spesso le mafie fanno la cresta sui loro profitti". E il pm Petrigni sottolinea "il mantenimento della regola: la criminalità organizzata marca anche così il territorio".  

Articolo tratto dal sito di Repubblica



 

martedì 20 dicembre 2011

Gli immigrati sono una risorsa!



Cari amici finchè questo non sarà chiaro a tutti noi continueremo a guardare i nostri amici extra comunitari dal punto di vista più errato che esista!

Il blog Finalità Sociali si occuperà spesso dei problemi che affliggono gli immigrati in Italia, e, proprio notizie di questi giorni, ci descrivono di situazioni di intolleranza nei loro confronti assolutamente inammissibili. Non si può più fare finta che questi nostri amici che vivono in Italia da decenni vengano considerati da noi come "invisibili". Li costringiamo a fare i lavori più umili e a volte più sporchi in cambio di una paga misera che noi non accetteremmo mai nemmeno se andassimo a vivere in Burundi. E così facendo li consegniamo nelle mani della criminalità organizzata, della mafia! Si amici perchè loro di qualcosa devono pur vivere, devono sfamare i loro figli che non hanno niente di diverso dai nostri figli, e per fare ciò sono disposti a tutto se nessuno li ascolta!
Eppure vi assicuro che sono persone splendide e molti di loro hanno un livello culturale molto più elevato del nostro. Eppure noi non riusciamo a renderci conto di quali benefici potrebbe trarne la nostra terra se contribuissimo alla loro integrazione; in primis la nostra disastrata economia potrebbe contare sulle entrate fiscali derivanti dalle tasse afferenti le loro attività autonome, se infatti prendessimo in seria considerazione l'elevata capacità imprenditoriale degli extra comunitari e li educassimo a gestire le loro attività (anche quelle ambulanti) secondo i principi di una sana imprenditoria, calcolando anche il loro elevato numero, ci accorgeremmo subito che inciderebbero parecchio sul nostro PIL.
Ma per fare questo occorre prima di tutto cambiare la nostra povera mentalità, poi creare a sviluppare dei progetti imprenditoriali specifici per una loro integrazione nella nostra economia e soprattutto cercare le risorse finanziarie per aiutarli nello start up delle loro iniziative.
Ecco allora uno degli aspetti di cui si occuperà Finalità Sociali, infatti a breve ci faremo promotori di alcune iniziative di Social Business a favore dei nostri amici immigrati cercando di coinvolgere Associazioni ed Istituzioni Finanziarie, anche internazionali, con cui dialogare e condividere questi progetti. 
Un ultimo pensiero, in questo articolo, lo vogliamo dedicare a tutti i cittadini di Lampedusa per il calore e l'amore umano con cui hanno accolto questi nostri amici, ecco impariamo da loro!   

mercoledì 14 dicembre 2011

Parte il microcredito in Sicilia Dodici milioni per imprese e famiglie

“La crisi si abbatte anche sulle famiglie. Senza un adeguato accompagnamento, il rischio di finire sotto ricatto degli usurai è altissimo. Le misure del microcredito per le famiglie che abbiamo presentato oggi sono il modo concreto e operativo per accompagnare chi subisce di più gli effetti della crisi”. Lo ha detto l’assessore regionale per l’economia, Gaetano Armao, all’apertura del convegno svoltosi all’Albergo delle Povere, a Palermo.

La dotazione del fondo è di 12 milioni di euro e sin dai primi mesi di applicazione consente di sostenere oltre 2500/3000 famiglie. A questo si affianca poi il microcredito per le imprese, che costituisce un diverso strumento, anch’esso promosso dalla Regione siciliana, ma che intende sostenere micro e piccole imprese attraverso il Fei e Unicredit, per finanziamenti sino a 25 mila euro. Per accedere al microcredito, le famiglie devono rivolgersi agli enti e alle associazioni no profit convenzionate con la Regione (già oltre 50) cui spetta un primo compito di selezione e di accompagnamento per l’espletamento delle procedure.
Durante il convegno, Armao ha consegnato una targa ad Andrea Calabrò, figlio del giornalista Domenico, scomparso sette mesi fa, che fu direttore responsabile de ‘La Rivista del Microcredito’. Anche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, ha fatto giungere ad Andrea Calabrò un saluto in ricordo della lunga attività del padre e di augurio per la sua futura attività. Ai lavori hanno partecipato, tra gli altri, Riccardo Savona, presidente della commissione Bilancio dell’Ars, don Sergio Librizzi, delegato regionale delle Caritas siciliane, Roberto Bertola, responsabile Unicredit Sicilia, Antonio Albano presidente della federazione regionale Banche di Credito Cooperativo.
“Unicredit considera il microcredito un importante strumento di aiuto alle famiglie che si trovano in un momentaneo stato di difficoltà, soprattutto nell’attuale fase congiunturale”. Lo dice Roberto Bertola, responsabile di territorio per la Sicilia di Unicredit, intervenuto stamattina al convegno che si è svolto nell’Albergo delle Povere, a Palermo. “In tal modo – aggiunge – è possibile contribuire, con i meccanismi propri del mondo bancario, a combattere il fenomeno dell’usura, dando aiuto a quelle famiglie prive di capacità economiche e patrimoniali necessarie per accedere al credito bancario ordinario, ma con potenzialità economiche future che possono giustificare l’assunzione di impegni finanziari per ricevere il microcredito. Per la nostra banca è quindi motivo di grande soddisfazione essersi aggiudicata la gestione del fondo etico istituito dalla Regione per il microcredito”. www.livesicilia.it
Finalità Sociali crede molto nella funzione del micro-credito soprattutto come strumento per lo sviluppo di micro attività imprenditoriali. Ci auguriamo che gli Enti preposti all'istruttoria di queste pratiche possano concedere i micro prestiti secondo i veri principi ispiratori del micro credito, senza vessare i richiedenti con richieste di pseudo garanzie a tutela della bontà della loro iniziativa. Invitiamo i funzionari, invece, ad una severa selezione dei progetti al fine di premiare chi realmente potrà rendere produttivo il suo prestito.

lunedì 12 dicembre 2011

Le mamme perdute del Sinai «Il nostro inferno tra i predoni»

Articolo tratto dal Corriere della Sera del 12 dicembre 2011
http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_12/coppola-mamme-sinai_76d1a0b4-2492-11e1-8d41-b588752759fb.shtml

TEL AVIV - È pomeriggio, ha smesso di piovere, ma questa donna nella camera in fondo è ancora a letto, nell'odore acre di chiuso e abbandono, dentro il fumo irrespirabile di un fornello a gas acceso nella prima stanza, vicino al materasso. «Devi far prendere aria al piccolo», dice Michal, l'assistente sociale, a una ragazza che siede accanto a un fagotto di pochi mesi. Lei non capisce. Due bambine che corrono tra le pozzanghere in sandali più grandi dei loro piedi vengono chiamate per tradurre. La ragazza annuisce, ma non si muove. Michal sospira: «È una situazione così difficile...».

Venticinque letti ricavati dall'Ong Ardc in una struttura bassa nel quartiere più povero di Tel Aviv per altrettante donne. Ognuna con uno o più bambini, tante con una pancia di mesi, l'ultimo parto tre settimane fa, una femmina. La gran parte vittima di stupri, ripetuti e feroci, da parte dei beduini che le hanno tenute segregate nel Sinai, lungo il percorso per Israele. La tappa finale di un viaggio che inizia in Eritrea, passa per il Sudan, arriva in Egitto; e che da anni lascia migliaia di migranti in balìa di ex contrabbandieri ora trafficanti di esseri umani.
Dalle donne è cominciato tutto. «Le rapivano per violentarle, poi hanno capito che potevano chiedere soldi». Davanti al computer, nella sede dell'associazione Hotline for migrant workers , Sigal Rozen parla, beve caffè, non perde di vista il telefono. «Anche stamattina mi hanno chiamato: "Manda la polizia, ti prego!"». Le si incrina la voce. «"Dove siete?", ho chiesto. "In un container sottoterra", ha risposto l'uomo. Sono così vicini...». Ma è l'altro lato del confine, in Egitto, che può fare? Ong israeliane, associazioni internazionali, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, hanno tutti raccolto cifre, prove, testimonianze. L'ultimo rapporto dice che oggi, in questo momento, 350 persone, donne e bambini compresi, sono in attesa di riscatto o di aiuto.
Dal 2006, 46 mila profughi africani, il 90 per cento eritrei e sudanesi, sono entrati nello Stato ebraico attraverso il Sinai. Al principio, piccoli gruppi; dopo i respingimenti italiani e la guerra in Libia, un'onda crescente. Solo nel 2010 sono stati 14.735; nel 2011 fino al 6 novembre Hotline ne ha contati 12.407. Almeno la metà ha una storia atroce di torture, abusi, reclusioni in condizioni disumane che finiscono solo con il pagamento di cifre spaventose per chi è scappato dalla fame, oltre che da violenze e dittature.
«Mai pensato di venire in Israele - dice Temesghen, 33 anni, alla clinica di Physicians for human rights (Phr) a Jaffa -. Se avessi saputo che cosa mi aspettava, non l'avrei fatto». Eritreo, ha subito le prigioni libiche, ha tentato quattro volte di partire per Lampedusa, non c'è riuscito. Quindi, s'è avviato verso Est ed è caduto nell'inferno del Sinai: «Ci picchiavano ogni giorno con tubi e bastoni, ci minacciavano: se non pagate vi prendiamo gli organi». Tutti riferiscono di un particolare accanimento dei carcerieri musulmani sugli eritrei cristiani, e allo stesso tempo di un uso incontrollato e poco islamico di alcol e droghe.
Sigal, come altri attivisti, conosce i nomi delle tribù che dirigono i traffici, e persino dei loro capi: Samieh detto Abu Musa, tra gli altri. Ma indicare un punto preciso nella terra di nessuno oltre il Negev è affare da militari e competenza degli egiziani. «Loro lo sanno - dice -. Un uomo che hanno cosparso di benzina, bruciato e poi bagnato perché non morisse è stato liberato, ma non riusciva a camminare: ha raggiunto il confine strisciando per mezzo chilometro. Vuol dire che sono qui - allunga il braccio - a 500 metri di distanza da Israele!». Ma nessuno va a prenderli.
Pure Zemen ha passato la frontiera reggendosi sulle ginocchia. L'hanno torturato per ottenere numeri di telefono di qualcuno che pagasse per lui 20 mila dollari. «Mi dicevano: se muori meglio, i tuoi reni valgono di più. Sono stato sei mesi legato, quando hanno tagliato le catene non riuscivo a muovermi». Adesso è convalescente a Newe Shalom, ospite di una famiglia israeliana, padre, madre e tre figlie. Parlano a segni e sorrisi, funziona. Quando Suor Azezet Kidane, comboniana eritrea, gli fa visita, lo trova incredibilmente migliorato. Il padrone di casa conferma: «Ha un buon appetito...».
Suor Azezet è indispensabile. È grazie a lei che le associazioni per i diritti umani sono riuscite a mettere insieme un dossier inappellabile. Due volte alla settimana si reca nella clinica di Jaffa per fare da interprete con i malati, ma soprattutto per aiutare nella raccolta dei dati. Ogni nuovo arrivato, un questionario. Quanti mesi sei stato prigioniero? Quanto hai pagato? Ti hanno sparato? Una bellissima ragazza di ventun'anni che sembra sul punto di partorire annuisce: ha attraversato il confine da poche settimane, superata la rete è svenuta, per stanchezza e paura. La polizia di frontiera egiziana mira ad altezza d'uomo.
I medici della clinica di Phr sono stati i primi a capire che qualcosa di orribile accade nel Sinai. «Arrivavano sempre più frequentemente persone con problemi ortopedici, soprattutto registravamo un preoccupante aumento di disturbi ginecologici e richieste d'aborto - spiega il direttore dell'Ong, Ran Cohen -. All'inizio erano casi individuali, adesso è chiaro che è un sistema: almeno un profugo su due riferisce di abusi». 
Ed è pure «una questione economica», aggiunge il responsabile dell'Unhcr a Tel Aviv, William Tall. Un enorme giro d'affari. Le tribù nomadi che dal Sudan fino al Sinai truffano, rapiscono, vendono e comprano esseri umani a migliaia. Poliziotti e militari corrotti. E all'arrivo in Israele un bacino di manodopera in nero, con l'ansia di tirare almeno 12 ore di lavoro al giorno per ripagare i debiti del viaggio. Se ai primi migranti estorcevano 2-3 mila dollari, i prezzi del rilascio hanno raggiunto i 20 mila. Senza nessuna garanzia di sopravvivenza. E con una prospettiva di fatica e povertà.
Nella foschia della sera Lewinsky Park, a sud di Tel Aviv, si popola di fantasmi. «Tanti vengono a dormire qui, all'aperto», indica le sagome scure Sara Robinson, di Amnesty International. Israele ha firmato e non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati: ne rispetta la spirito, ma è a disagio con un'immigrazione non ebraica che minaccia il delicato equilibrio demografico. Ieri il consiglio dei ministri ha varato uno stanziamento di 160 milioni di dollari per completare la barriera al confine e allargare il centro di detenzione per i clandestini. Sara spiega un meccanismo complicato per cui gli eritrei non hanno status di rifugiati, ma una sorta di «libertà condizionata» da rinnovare periodicamente. Una protezione che però non dà accesso ai diritti. 
Un uomo alterato dall'alcol in un bar frequentato da eritrei si lamenta e dice: «Non ci accettano, né ci mandano via».
Sono cose tanto lontano da noi ma che non possiamo fare finta di non vedere o rifiutarci di sapere. E che ci devono fare tanto riflettere...


venerdì 9 dicembre 2011

Premio Don Pino Puglisi

Lottare per l’affermazione dei diritti umani in ogni parte del mondo, facendo il proprio dovere. È lo spirito del Premio internazionale don Pino Puglisi, giunto alla sua settima edizione e dedicato quest’anno ai bambini di strada di Rio de Janeiro, a cui viene tolto il diritto di vivere la propria infanzia.

La manifestazione, organizzata dall’Associazione Jus Vitae, in collaborazione con la Cisl di Palermo e la fondazione Brass Group, si svolgerà il 15 dicembre al Teatro Biondo di Palermo, con inizio alle 21. Durante la serata saranno assegnati i riconoscimenti a sei persone e gruppi che si sono spesi per la promozione umana in Sicilia e nel mondo.
I premiati dell’edizione 2011 sono Suor Adma Cassab Fadel di Rio De Janeiro, il professor Mads Andenaes di Oslo, per l’impegno nella promozione dei diritti umani, il professor Cosimo Lacerignola, direttore dell’Istituto agronomico di Bari, per il contributo all’affermazione di una cultura della pace nei Paesi del Mediterraneo, dell’area balcanica e del vicino Oriente attraverso la formazione professionale di eccellenza, la famiglia Sferlazzo di Lampedusa, per l’esempio concreto di accoglienza nei confronti dei migranti sbarcati sull’isola, don Luigi Merola, sacerdote che si batte in prima linea contro la Camorra, la caserma dei carabinieri dello Zen 2, avanguardia di legalità nel cuore delle insulae del quartiere periferico di Palermo.
“Il premio internazionale – spiega don Antonio Garau, presidente della commissione giudicatrice – premia chi, facendo bene il proprio dovere, promuove la dignità degli uomini e quei siciliani che, con dedizione e spirito di servizio e di accoglienza, contribuiscono a cambiare le cose in questa terra. Il successo della manifestazione viene garantito dalla testimonianza stessa di don Pino Puglisi, che viene ormai presentato in tutto il mondo come modello per le giovani generazioni e sicuro punto di riferimento della Chiesa universale”.
Particolarmente significativa è la scelta di conferire il premio internazionale a Suor Adma Cassab, una religiosa forte e coraggiosa che da più di vent’anni cerca di dare un’alternativa ai bambini di strada, conosciuta da don Garau e da una delegazione del premio in Brasile, durante il viaggio organizzato un mese fa per promuovere la figura di don Puglisi tra le favelas di Rio. “Abbiamo conosciuto una realtà dalla doppia faccia che ti sa ammaliare, ma anche sconcertare – racconta don Garau -. L’incontro con Suor Adma e i suoi collaboratori ci ha aperto il cuore alla speranza e alla solidarietà umana. E’ stato per noi molto emozionante vedere come queste persone, donando loro un po’ di affetto assieme alle cure minime, si dedicano con grande amore e tenerezza ai bambini di strada che quotidianamente arrivano nella loro casa drogati, sporchi, infreddoliti e mezzi barcollanti. Bambini che non vuole nessuno se non i narcotrafficanti, per farne ogni tipo di uso ed abuso. Bambini che vengono usati per il trasporto della droga e delle armi; bambini usati nel turismo sessuale; bambini che scompaiono e nessuno sa che fine facciano”. L’obiettivo è quello di raccogliere fondi per realizzare una ludoteca nelle favelas di Rio, dedicata alla memoria di don Puglisi. Chi volesse contribuire può inviare un offerta tramite il conto corrente postale n° 15570906 intestato ad Associazione Jus Vitae, via Tommaso Aversa 156, 90138 Palermo; oppure con un bonifico tramite conto corrente postale n° 000015570906 ABI 07601 CAB 04600 CIN F codice IBAN IT51F0760104600000015570906. Sull’esperienza vissuta in Brasile è stata organizzata una mostra fotografica, realizzata dall’operatore Alessandro Spinnato, che sarà inaugurata il 13 dicembre nella scuola Pietro Novelli di Monreale, alla presenza di Suor Adma.
La manifestazione del 15 dicembre al Biondo, che gode dell’adesione del Presidente della Repubblica e del patrocinio della Presidenza della Regione siciliana e della Presidenza del Consiglio comunale di Palermo, sarà presentata dai giornalisti Roberto Gueli e Tiziana Martorana. Durante la serata, si esibiranno l’Orchestra Jazz Siciliana e Ivan Fiore. Le sculture-premio sono realizzate da Giacomo Rizzo. All’organizzazione della serata hanno callaborato l’Università di Palermo, il Centro studi “La vita è bella”, Alessi Pubblicità, Unicredit Banco di Sicilia, lo Studio Maraventano, il Consorzio Comunità Nuova, il Banco delle Opere di Carità Sicilia, Personal Factory, Filca Cisl Palermo, Cisl Sicilia, l’Ordine degli Avvocati di Palermo.
Gli inviti gratuiti per la serata sono in distribuzione nel negozio Piccoli Sogni, show room della solidarietà in via Quintino Sella 63 a Palermo (091.2515108)
Articolo tratto dal sito di LiveSicilia 

martedì 6 dicembre 2011

Contro lo spreco!

L’idea nasce dal ripostiglio! 
Non di rado qualche oggetto perfettamente funzionante non finisce, immediatamente, nel “cassonetto” ma, poiché mantiene tale qualità, viene conservato nella soffitta di casa, nell’eventualità possa un giorno (chissà quando) riacquisire il suo ruolo iniziale. 
Spesso accade che quel giorno non giunga mai e l’inutilità protratta nel tempo si trasformi in rifiuto.
Il nostro proposito nasce da questa semplice constatazione: questa "inutilità" è effettivamente limitata esclusivamente al suo proprietario.
L’idea di base è quella che molti oggetti, che per qualcuno sono solo “ammassi”  dimenticati in soffitta, per altri hanno invece un valore: perché creare allora  nuove pattumiere da una parte e far spendere dei soldi dall’altra? 
Il nostro intento è creare il primo portale al mondo “a metà” tra “ebay” ed il baratto senza l’uso del denaro, per il quale, al solo scopo di testarne il funzionamento, grazie ad un gruppo di volontari è stato battezzato con il nome di persoperperso e pubblicato sul web.
Questo progetto ha dato vita ad un’area “libera” che consente di "mercanteggiare”, attraverso l'uso di una moneta virtuale denominata VALORE,  tutti quegli oggetti,  considerati inutili,  dando al contempo, l’opportunità di entrare in possesso, pagando soltanto le spese di spedizione, di altri beni pubblicati dai diversi utenti, manifestanti il medesimo intento.
Esponendo i propri oggetti  nel circuito gli utenti svilupperanno un “mercato” che rivaluterà il patrimonio "dormiente” delle loro case, consentendo così al danaro già speso di recuperare valore, conferendo altresì agli stessi beni un’indiretta utilità sociale determinata dalla diminuzione dell' accumulo di rifiuti a seguito del loro riutilizzo.
Tutto ciò contribuirà a dare un freno allo spreco e rallentare l’indebita produzione di rifiuti.
Sono parole del fondatore di PxP Michele Marino, il progetto che desideriamo illustrare trae, almeno inizialmente, spunto da una constatazione di vita quotidiana attraverso cui si evince un’oggettiva radicata abitudine diffusa in miliardi di persone in tutto il mondo, nelle cui case vi è “conservata” una sconfinata ricchezza il cui valore attribuito, reso spesso sbiadito dal tempo, porta ad un’inesorabile incongrua stima da cui hanno origine gli effetti dannosi oggetto della nostra analisi, ma che attraverso un opportuno strumento sociale, riteniamo possibile adeguatamente valorizzare a vantaggio dell’intera collettività e dell’ambiente circostante. 
''Persoperperso'', conosciuto oggi anche attraverso il suo acronimo “PxP”, è frutto di un'idea che ha dato luogo ad una realtà web di social-commerce fondata nel 2005, resa operativa soltanto nel Gennaio del 2008,  grazie a dei professionisti volontari, residenti in Italia, i quali condividono l'ambiziosa unicità di un circuito che produce tangibili benefici a coloro che ne prendono parte ed i cui orizzonti, un ottica di  temporale di medio respiro, potrebbero restituire significativi benefici nei più ampi e lacunosi contesti ambientali e sociali in cui attualmente versiamo.
Dall’incontro fra Michele Marino, fondatore di “PxP” e Padre Antonio Garau, vero motore dell’Associazione Jus Vitae, nasce un progetto che è destinato a fare da apripista ad un innovativa modalità di intendere il no profit.
PxP gode oggi di un circuito di alcune migliaia di utenti registrati e di oltre due milioni di accessi constatabili. Allora che aspettate visitate il sito www.persoperperso.com 


giovedì 1 dicembre 2011

Presentazione

Salve a tutti! Benvenuti in questo nuovo blog che vuole solamente rappresentare una voce in più rispetto a tutti coloro che già si prodigano al fine di rendere il tempo attuale in cui viviamo decisamente  più consono ai valori di un'etica umana che è stata totalmente spazzata via in nome del progresso e del consumismo sfrenato. Ho apprezzato moltissimo il libro di Roberto Gatti, La baracca degli angeli, e mi pregio di riportarvi qui di seguito alcuni passaggi della presentazione curata dall'attuale nuovo Governatore della BCE Mario Draghi:


"[...] Questa considerazione, apparentemente ovvia, ci costringe a riflettere in modo diverso sul funzionamento della nostra economia e, più in generale, della nostra società. Ci impone innanzitutto di riconoscere l'onere che ricade sulle persone che si prendono cura dei malati e di chi vive in condizione di dipendenza, un'onere che ricade ancora in misura preponderante sulle donne. Più in generale, ci porta a ragionare sul disegno e sull'ammontare della spesa sociale pubblica, sulle sue interazioni con l'azione delle organizzazioni del terzo settore e del volontariato che si occupano di assistenza. Il ruolo di queste ultime, complementare e non certo sostitutivo di quello imprescindibile dell'operatore pubblico, è importante per la forte motivazione che anima i volontari che vi operano. Questa non è tuttavia sufficiente. Sono anche necessarie risorse economiche,  integrazione di quelle messe a disposizione dal settore pubblico, per sostenere la generosa azione dei volontari, mantenere strutture di cura e assistenza, finanziare la ricerca scientifica. [...] Oggi, il sostegno dell'industria bancaria e finanziaria alle attività di solidarietà si realizza attraverso una pluralità di canali. In primo luogo vi è il contributo diretto della beneficenza attraverso la destinazione di una parte degli utili delle banche e delle altre società finanziarie. [...] Un secondo canale è costituito dall'attività istituzionale delle fondazioni di origine bancaria che destinano una parte sostanziale del rendimento dei capitali investiti a favore del volontariato, della ricerca, dell'assistenza  e della salute pubblica."
Bene, sposo in pieno il pensiero di Mario Draghi che diventerà una sorta di spot di questo blog. Desidero che questo diario personale diventi con il tempo un mezzo che faccia da tramite, nel suo piccolo,  fra il mondo finanziario e quello sociale. Insomma uno "strumento di azione nel sociale"!